La Cascina del Bruno in epoca napoleonica

di Paolo Cazzaniga

La presenza di enti religiosi, nel ruolo di proprietari fondiari, rimase una costante per molte centinaia di anni nel panorama italiano, anche le nostre terre non fecero eccezione. Tale invasiva presenza andò scemando tra il Settecento e l’Ottocento. Fautori di questo depauperamento il Governo Austriaco, a cui si inframezzò la venuta di Napoleone in Italia ad inizio Ottocento, e si concluse nel periodo post unitario. Una precisa stima dei beni ecclesiastici ad Arcore, fatta in occasione del Catasto Teresiano, di cui abbiamo parlato di recente in un altro post, si attestava al 20% circa della superficie del paese. 

Il Capitolo di Santa Maria della Scala

Erano poco più di 200 le pertiche di terreno che facevano capo all’ente religioso milanese di antica fondazione. La più parte erano coltivate a vigna. Nel volume “La Cassina del Bruno: l’Associazione Culturale e la Chiesetta”, sono raccontate con dovizia di particolari le vicende che narrano di come il Capitolo della Scala, s’insediò alla Cascina del Bruno.

Ricordiamo

Le vicende della Cascina del Bruno nell’epoca Napoleonica

In questo spazio ricostruiremo le vicende, (emerse da una nuova ricerca e non raccontate nel volume citato), che precedono il passaggio, di quella parte della Cascina del Bruno e dei terreni limitrofi, che saranno a partire dalla metà dell’Ottocento di proprietà della famiglia d’Adda-Borromeo. Lo spazio abitativo corrispondeva alle prime due corti che s’incontrano sulla destra di via Galvani.

Con l’avvento di Napoleone in Italia, le proprietà detenute dal clero furono al centro di vicende che determinarono la loro alienazione a favore della neonata Repubblica Cisalpina. Molte di queste proprietà furono messe in vendita, o meglio assegnate a quei “cittadini”, che per loro scelta o per obbligo, avevano acquistato “azioni della nazione” ed in funzione del valore dei prestiti elargiti allo stato, avevano ricevuto in cambio queste proprietà, ora indicati come “beni nazionali”. In effetti la Cascina del Bruno e i terreni che erano stati di Santa Maria della Scala, furono in un primo tempo affittati e solo successivamente, attraverso una particolare transazione, finirono in proprietà a Luigi Prina, come avremo modo di vedere.

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Catasto teresiano (mappa di primo rilievo). In giallo le proprietà del Capitolo di Santa Maria della Scala
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Evidenziate le proprietà del Capitolo di Santa Maria della Scala e la viabilità dell'epoca
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Evidenziata la zona in cui erano collocati gli edifici di Santa Maria della Scala

Il contratto d’affitto della Cascina del Bruno

Ecco dunque che il “pubblico trombetta”, Gio Antonio Viganò, una funzione pubblica che viene da molto lontano, ne abbiamo menzione nell’Orlando Furioso dell’Ariosto nel Cinquecento, il giorno 16 giugno 1801, affigge “alli luoghi soliti della Città di Milano” le cedole (avvisi), che proponiamo nell’immagine.

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L'avviso esposto a Milano che cercava di mettere in affitto i beni della Cascina del Bruno

Nel momento in cui si pongono i terreni e gli immobili della Cascina del Bruno in affitto, dobbiamo precisare che a seguito dei riordini intercorsi, così come alla soppressione del Capitolo di Santa Maria della Scala, tali beni risultano essere di competenza dalla Cappella della B.V. di San Fedele di Milano.

Una gara combattuta

Il giorno convenuto, 4 luglio, si presentano al civico 1153 di Milano, (odierna zona tra la Scala e San Fedele, la via Case Rotte esiste ancora), ben tredici pretendenti, e cosa curiosa che da l’idea della situazione monetaria in Lombardia nel 1802, presentano il necessario deposito per partecipare all’asta, in diverse valute. Giuseppe Rossari, che si presenta a nome di “persona da dichiararsi”, e che infine si aggiudicherà l’asta, mette a garanzia 700 lire milanesi. Le altre valute, in ordine come leggiamo dalla relazione dell’asta sono: doppie di Genova, generici scudi, doppie delle due armi, crocioni e ongari. Tutti i depositi sono poi rapportati a valore in lire milanesi. Tra i partecipanti annotiamo un Luigi Viganone, e vedremo poi il motivo. Il Rossari, che ha messo in deposito la cifra più alta, è il primo a farsi avanti con 1500 lire. Iniziano i rilanci, in sequenza; Antonio Osculati, poi Fossati, Gerolamo Osculati, Vallera e Pirovano e siamo a 1750 lire. Gerolamo ritorna in gara 1800 lire, entra un nuovo pretendente, Brambilla, ma l’Osculati ribatte. Si affaccia Brioschi, che non ha ancora offerto, con 1900 lire. E la volta di due nuovi pretendenti, di seguito alzano le offerte Marazzi e Molteni. Rossari si rifà sentire, 2200, Marazzi risponde. Il Viganone che non aveva aperto bocca si ritira dalla gara e riprende la sua cauzione. E’ forse un  segnale per il Rossari che alza la posta. Molteni e Gerolamo Osculati insistono, siamo a 2300. Risponde Rossari, risponde Osculati, tra le due offerte quella del rientrante Fossati. Anche Antonio Osculati, si ritira. Rossari e Gerolamo Osculati, si rincorrono, Molteni, con le offerte a 2375, esce di scena, allo stesso modo il Pirovano e Brambilla. Il campo sembra sgombrarsi e Fossati rilancia ripetutamente a quanto offre il solito Rossari. Brioschi ha lasciato a 2400. Prova ad entrare in gara un terzo Osculati Francesco, ma Rossari ribatte colpo su colpo, anche ai tentativi di Sassi che si muove solo ora, e ancora di Fossati. E’ di Rossari, a 2510, la cifra che fa ritirare anche Marazzi e Valera.

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Una delle pagine che illustrano l'andamento dell'asta.

Ancora schermaglie tra Rossari e Sassi, Girolamo e Francesco Osculati lasciano. E’ lotta a tre Rossari, Sassi e Fossati, che alle 2600 lire del Rossari lascia il campo. La partita fra i due ultimi pretendenti è agguerrita. Sono in totale 14 rilanci e quanto Rossari pronuncia 2700 lire, anche Sassi deve abbandonare. A questo punto la sorpresa, Giuseppe Rossari, svela per chi ha tirato la volata ed ecco spuntare il nome di quel Luigi Viganone, che avevamo visto ritirarsi dopo le prime mosse dell’asta. Evidentemente il Viganone voleva accertarsi di come procedesse l’affare, lasciando campo al Rossari, forse un professionista di queste cose.

La Possessione necessita di urgenti lavori di riparazione

La proprietà della Cascina del Bruno, che era stata del Capitolo della Scala ed ora in carico come “Beni della Nazione”, si trova nella necessità di urgenti lavori di riparazione dei vari ambienti. Un perito determina la spesa occorrente in 1150 lire. Le parti si accordano e Luigi Viganoni, che ora sappiamo residente  a Monza, si accolla i lavori, che saranno condotti sotto la guida del geometra Gio. Domenico Antonietti. La cifra spesa andrà a scomputo delle 2700 lire che si dovevano versare quale anticipo della locazione. 

Il contratto di “affitto semplice” avrà inizio a partire dalla data di San Martino di quel 1801, per una durata di nove anni, da rinnovarsi di tre in tre. L’affitto sarà versato in due rate, che nella tradizione erano la scadenza di San Lorenzo ad agosto e al citato San Martino di novembre.

La ricevuta rilasciata dalla “Tesoreria dei Beni Nazionali”, a Luigi Viganoni, per la somma versata quale anticipo del primo anno d’affitto.

Le disposizioni del Ministro dell’Interno

Dalla documentazione conservata la nota del “Ministro dell’Interno” all'”Agenzia dei Beni Nazionali d’Olona”, in cui approva la procedura d’asta e il contratto stipulato, riportando poi due annotazioni.

La “Pietà” nella prima corte di via Galvani, sacrificata dagli ultimi lavori di recupero del complesso abitativo

La prima riguarda la raccomandazione di procedere celermente con l’iter necessario, per mettere il Viganone nella disponibilità delle proprietà prese in affitto e poter dare seguito alle “operazioni di campagna”. Al contempo, poter tacitare l’affittuario precedente, si tratta di Gio. Batta Galbiati, vista l’insistenza con cui reclama ancora diritti sulla Possessione del Bruno, nonostante, come si legge nella nota, “…paghi un affitto assai infimo, e quasi al disotto della metà della prestazione stabilita con il nuovo affitto.” L’unica concessione al Galbiati, indicata nei capitoli del contratto, era l’indennizzo del costo delle viti e dei lavori d’impianto da lui eseguiti, a fare data dal San Martino del 1800, la cui stima era da eseguirsi da parte del perito d’ufficio, al momento del passaggio delle consegne. Ancora dal Ministro dell’Interno l’osservazione su una ulteriore pendenza, che richiede un chiarimento. Riferendosi al coadiutore della Parrocchia di San Fedele, indicato come “cittadino Opizzoni”, titolare del beneficio che veniva dal “Capitolo della Scala” si chiede di verificare, se il reddito prodotto dai beni del Bruno, debba considerarsi pertinenza della Fabbriceria della Cappella Parrocchiale di quella chiesa, e che sia utilizzato per la manutenzione della stessa. Per ultimo si sollecita la verifica se la detta Cappella abbia altri redditi su cui far conto. Vedremo in seguito, quando entrerà in scena Luigi Prina, come si riproporrà quell’incertezza su chi avesse ancora “diritti” su quelle proprietà, oltre naturalmente la Nazione, che li aveva incamerati.

La Cassina del Bruno al centro di uno scambio

Nel 1801, dopo la soppressione, avvenuta qualche anno prima 1798, del convento di San Gerolamo a Vimercate, tenuto dalle monache di Sant’Orsola, era stato eretto in quello spazio, previa autorizzazione delle competenti autorità, un privato convitto sotto la direzione dei fratelli Fraticelli, due sacerdoti.

Da piazza Castellana, imboccata via Maddalena di Canossa, sul fondo la cornice che segnava l’ingresso del’ex convento di San Gerolamo.

I religiosi pagavano un affitto a Luigi e fratelli Prina, che avevano acquistato l’immobile nell’aprile del 1799 dalla “Nazione”, seguita alla requisizione dei beni ecclesiastici, dopo la venuta di Napoleone in Italia e la nascita della Repubblica Cisalpina.  Il numero dei convittori nel frattempo, si era nel 1802, era salito a 54 ragazzi, rendendo lo spazio a disposizione esiguo. I sacerdoti chiedevano, a questo punto, la cessione parziale o totale del luogo “…per facilitare il concorso a detto convitto della studiosa gioventù”. Con decreto del vice presidente della Repubblica Italiana, nuovo nome assunto dalla precedente Cisalpina, Francesco Melzi il 4 maggio 1802 inoltrò al Delegato Governativo e direttore dell’Economato Generale la richiesta perché fosse trovato un accordo con i fratelli Prina per la cessione degli immobili di San Gerolamo, in cambio della surroga di altri beni della Nazione. Il 15 luglio i fratelli accolgono la richiesta con la riserva che venisse loro corrisposto il prezzo di quanto pagato all’acquisto dell’immobile a cui si dovevano aggiungere le spese sostenute per le migliorie apportate agli stabili. In alternativa chiedevano in cambio che fossero a loro ceduti alcuni beni siti nel territorio di Arcore e Concorezzo, denominati “Possessione del Bruno” che si supponeva provenienti dal soppresso Capitolo della Scala in San Fedele, in amministrazione dell’Economato della Nazione. Durante l’iter intrapreso si accertò che i beni del Bruno erano di ragione della Cappella della B. V. in San Fedele. A questo punto il Ministro delle Finanze, anche lui un Prina, senza parentela con i fratelli e di cui diremo della tragica fine più avanti, si diresse al Ministro del Culto per effettuare il cambio richiesto dai Prina. In questo caso si sarebbe poi dovuto provvedere a reintegrare il valore della “Possessione del Bruno” a favore della Cappella di San Fedele, che vantava intatti i suoi diritti su questi beni, non essendo stati interessati dai provvedimenti di esproprio che generalmente avevano coinvolto molti soggetti ecclesiastici. Ci rendiamo conto da questi passaggi di quale fosse la situazione, in quel momento post rivoluzionario nei nostri territori, senza tuttavia perdere di vista quanto poco chiara fosse la situazione nell’ambito dei beni posseduti della Chiesa, prima degli espropri di cui abbiamo accennato. Ci riferiamo al fatto che se le proprietà del Capitolo della Scala in San Fedele, erano finite alla Nazione, non così era stato per chi aveva la titolarità, all’interno della stessa chiesa, della Cappella della B.V. in San Fedele.

L’ex convento di San Gerolamo di Vimercate

Tratto da “Parola Amica” periodico della Parrocchia di Santo Stefano di Vimercate. Articolo di Angelo Marchesi

Dal Monastero di San Gerolamo alle Marcelline. Il convento prima delle Canossiane

Dove ora si trovano le Canossiane era insediato il monastero di San Gerolamo delle monache di Sant’Orsola, documentato dalla metà del Cinquecento. Vi si trovavano una chiesa, dotata di un campanile con tre campane, e un giardino.

Nel 1686 vi vivevano 57 monache, 8 converse, 3 novizie e 12 educande, come rilevò il cardinal Visconti durante una sua visita pastorale. Ma nel 1798 una legge della Repubblica Cisalpina decretò la soppressione di tutti i monasteri del Dipartimento della Montagna: anche il monastero di San Gerolamo fu soppresso e i suoi beni messi all’asta. (N.d.R. Come appurato da ricerche recenti, esposte nell'articolo, l'ex convento fu acquistato dai fratelli Prina e in un secondo momento, ritornato tra i "Beni della Nazione" fu affidato gratuitamente, quali amministratori del convitto, ai due sacerdoti, i fratelli Fraticelli).
Sul fondo l'entrata odierna all'Istituto Canossiano, in primo piano a sinistra quella che era il fronte della chiesa del Convento di San Gerolamo.
Poco dopo la soppressione il convento venne comprato dai due fratelli don Silvestro e don Filippo Fraticelli, due sacerdoti della Corsica, che vi aprirono un collegio maschile. Dopo un promettente inizio, l’impresa incontrò difficoltà economiche; cambiò più volte proprietà e direzione, fino al fallimento nel 1831. Seguì una nuova gestione, nella quale il collegio fu diretto da Antonio Vigo Pellizzari, padre di Francesco, il noto patriota garibaldino cui è dedicata una via della città. Bisogna attendere il 1841, quando il complesso fu acquistato nel da don Luigi Biraghi (1801-1879), dottore dell’Ambrosiana, che decise di installarvi la seconda sede del collegio delle suore Marcelline. La congregazione era stata fondata nel 1838 a Cernusco Asinario (l’attuale Cernusco sul Naviglio), dove don Biraghi, allora direttore spirituale del seminario maggiore, aveva aperto un convitto per fanciulle; lo scopo era quello di dare alle figlie della allora emergente borghesia una seria formazione culturale e una solida educazione cristiana. La congregazione prese il nome da santa Marcellina, sorella ed educatrice dei santi Ambrogio e Satiro; il nome di Orsoline, che veniva premesso alla specificazione di S. Marcellina, era dovuto al fatto che non era permessa, dopo la soppressione degli ordini religiosi del 1810, la fondazione di nuovi ordini, ma solo la restaurazione degli antichi; per questo il Biraghi si rifece all’istituzione cinquecentesca delle Orsoline di S. Angela Merici.
L'ex Convento di San Gerolamo, sul lato di via Dozio. L'indicazione dell'anno di edificazione di questo edificio, che si coglie sul fronte della strada, appena sotto la travatura del tetto.
Il convitto di Vimercate fu aperto grazie al generoso interessamento del conte Giacomo Mellerio (1777- 1847), un importante uomo politico del tempo, amico di Alessandro Manzoni e del Rosmini, che tra i suoi possedimenti aveva il Gernetto, la grande villa nella vicina Lesmo, ... Il collegio di Vimercate, grazie alla stima riscossa presso l’aristocrazia e l’alta borghesia milanese, nel 1845 raggiunse il ragguardevole numero di 136 allieve. Ma le Marcelline ponevano anche attenzione alla realtà sociale che circondava i loro istituti: nel 1848, nel corso dei disordini che accompagnarono le Cinque giornate di Milano, aprirono le porte del collegio di Vimercate alle contadine dei dintorni, spaventate dalle notizie di rappresaglie delle truppe tedesche, e per parecchi anni tennero scuole pubbliche gratuite per le bambine che lavoravano nelle filande, come ricorda anche Cesare Cantù, che nel suo libro Grande Illustrazione del Lombardo-Veneto del 1858 scrive: “Per l’educazione vi è il collegio, nel già Convento di San Girolamo, diretto dalle Orsole Marcelline, che fanno eziandio scuola gratuita per le povere fanciulle del paese.” Ma nei primi anni del Novecento il Collegio vide una diminuzione di presenze delle educande; fu così messo in vendita e acquistato nel 1915 dalle Suore Canossiane, che qui aprirono il loro istituto di formazione per le missioni estere. Un particolare curioso è legato al cambio di nome della via che parte dal lato est di piazza Castellana, che si chiamava Via del Collegio, per segnalare la presenza del Collegio Fraticelli prima, dell’istituto delle Marcelline poi. Ma da un lato, dopo l’arrivo delle Canossiane, non vi era più il collegio, dall’altro era stato aperto nel 1864 il Collegio Niccolò Tommaseo, ma lungo la via Pinamonte. Per questo motivo il Podestà nel 1937 deliberò di chiamare la via con la nuova intestazione “Maddalena di Canossa”, in quanto, come recita la sua deliberazione:  “...attualmente in Vimercate sulla via Pinamonte esiste il collegio Niccolò Tommaseo e la denominazione Via del Collegio genera disguidi e sovente errori".
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Luigi Prina

Ci soffermiamo sulla figura di Luigi Prina, al centro dello scambio di proprietà. Il Prina occupò cariche di rilievo, nell’ambito delle finanze, sia in epoca Napoleonica, periodo appunto in cui entrò in possesso della proprietà alla Cascina del Bruno, sia nel successivo periodo della restaurazione austriaca. Da non confondere, tuttavia, con Giuseppe Prina,  contemporaneo, ministro delle finanze durante la Repubblica Cisalpina, poi Repubblica Italiana ed infine Regno d’Italia, e letteralmente linciato il 20 aprile del 1814, da una folla inferocita e aizzata da quella parte di nobiltà, che voleva il ritorno degli austriaci e da chi, come Federico Confalonieri, non tollerava le forti ingerenze francesi, a cui la Lombardia, doveva assoggettarsi.

La “Gazzetta Privilegiata di Milano” del 14 novembre 1833. Nella parte bassa il necrologio a Luigi Prina, che continua nelle pagine successive del giornale.

Giuseppe Prina fu fatto a pezzi, quale capro espiatorio dell’esosità della tassazione a cui la Lombardia era sottoposta. Questo episodio segnò di fatto la fine dell’esperienza napoleonica, con il rientro, il 28 di quel mese di aprile, degli austriaci a Milano. Chiusa questa indecorosa parentesi, alcuni brevi note biografiche del nostro Prina. Luigi nasce a Busnago nel 1773, in giovane età con la famiglia si trasferisce ad Oreno. Nel 1793 entra nel Regio Istituto di Contabilità di Milano, opera nella ragioneria della tesoreria sino al 1800, passa poi alla zecca. Sempre in epoca Napoleonica, a partire dal 1806, è segretario generale nell’amministrazione della monetazione.

Nel 1815, con il cambio di governo tornato agli austriaci,  come recita il suo necrologio apparso sulla “Gazzetta privilegiata di Milano”  del 14 novembre del 1833, la sua carriera non risultò intaccata: “…ma se l’ integrità e le cognizioni di quest’uomo furono accetto al governo che reggeva allora questo paese, esse non lo furono meno sotto il presente regno di S. M. l’Imperatore d’Austria, che anzi in questo conservò ed accrebbe il buon nome di utile impiegato del Sovrano e dello Stato…” . Fu quindi segretario generale dell’ufficio della zecca di Milano, poi ancora membro del comitato del conio istituito dal governo austriaco. Divenne direttore della zecca di Milano nel 1825. Problemi di salute lo costrinsero ad abbandonare l’incarico e “…egli ottenne accompagnato da parole onorevoli, e, sebbene non compiuto il tempo normale dei servigi…  una pensione a soldo intero.” Si ritirò nella sua villa in Oreno, dove morì all’età di sessant’anni, il 17 ottobre del 1833. 

Abbiamo cercato ad Oreno tracce di Luigi Prina, senza esito. Sembra che nel 1859, fosse stato eretto all’interno del cimitero di Oreno un “Monumento al cavalier Prina” opera di quell’Abbondio Sangiorgio, autore della celebre  “Sestiga della Pace” collocata appunto alla sommità dell’Arco della Pace a Milano, tuttavia in una ricognizione, riportata sulla pubblicazione “Arte Lombarda” del 1994, risultava appurato che l’opera non fosse li collocata, ormai da lungo tempo.

La stima dei beni coinvolti nel duplice scambio

Ritorniamo ora alla vicenda dello scambio. Avuta la disponibilità dalle diverse parti coinvolte nell’articolato scambio di proprietà, affinché il “Collegio della Nazione” di Vimercate, potesse ampliare la sua disponibilità ad un numero crescente di studenti, si doveva ora procedere ad una precisa stima economica di quanto messo in gioco, per una equa soluzione, che potesse soddisfare le parti coinvolte.

Fu chiamato alla stima della Possessione del Bruno, del complesso di San Gerolamo a Vimercate e come vedremo di un’abitazione nella città di Milano, quale compensazione per la Cappella della B.V., l’ingegnere Lombardi, un altro ingegnere, Lochis da parte del ministero del Culto, ne confermò le stime. La valutazione della Cascina del Bruno fu di lire 30336.14.8 comprese le scorte stimate lire 1410.5.  Al contempo il Lombardi accertò le migliorie apportate a San Gerolamo, che ammontano a lire 21114.13.6 a cui aggiungere il valore d’acquisto, pagato dal Prina, 12650, per un totale di 33765.13.6. L’abitazione milanese fu individuata in via della Cerva e valutata 41441.11.9, l’immobile era appartenuto ad un altro ente religioso soppresso, i Padri Crociferi. I fratelli Prina fecero presente che il valore  delle migliorie eseguite sui locali dei San Gerolamo, fosse d’importo maggiore di quanto accertato. Ne sortì, da parte dell’amministrazione pubblica, un ulteriore esborso di lire 7314.2.1 per tacitare ogni pretesa dei fratelli Prina, anche in relazione alla loro disponibilità nell’accettare la transazione. Dunque i locali dell’ex convento delle monache di San Gerolamo in Vimercate ritornarono di proprietà della Nazione che li cedette, agli amministratori del convitto, i fratelli sacerdoti Filippo e Silvestro Fraticelli , a titolo gratuito con la possibilità, espressa dalla Pubblica Amministrazione, di richiamare a se queste proprietà, se si fosse verificata la necessità.

La parte della Cascina del Bruno, che passa in proprietà ai fratelli Prina.

E’ il giorno 25 maggio del 1802 e l’ingegner Lombardi si reca alla Cascina del Bruno per la stima della proprietà. Lo accompagnano Luigi e  Giuseppe Antonio Prina, ricordiamo che i terreni e la cascina sono in affitto a Giuseppe Viganoni, il suo massaro Ambrogio Tremolada, segue le operazioni, completa il gruppo il capomastro Giuseppe Ferrario, che procederà alla misura dei terreni. Si inizia con il pezzo di terra di circa 40 pertiche che figura nel territorio di Concorezzo, denominato la “Tatina”, si passa ai terreni in Arcore: un pezzo “aratorio moronato” detto “La Croce”, di circa 35 pertiche. Poi tre pezzi di terra “aratorio vitato”, prossimi alle abitazioni, detto “il Luogo”, per 271 pertiche. Altre 12 pertiche di “aratorio moronato” detto il “Campagnolo superiore”.

Da questa mappa che risale al 1777 si ha un’idea di come fosse strutturato il complesso abitativo della Cascina del Bruno.

Arriviamo al complesso abitativo, con casa da massaro e per pigionanti, che occupa un’estensione di circa 3 pertiche compresi gli orti. Terminiamo con la trascrizione della relazione del Lombardi, per sapere come erano strutturati gli edifici.

Trascrizione di un’estratto della relazione

“Essa comprende al piano terreno una porta d’ingresso con successivo portico, la corte, l’aja ed una picciola ortaglia, una cucina, una stanza, una stalla per bovini, un portichetto con forno e scala sottoposti, pollaio annesso con superiore cassinello, una cucina, un portichetto esteriore verso tramontana, una stanza, un andito comune al cittadino Bernardo Galbiati, che da detta corte mette ad un’altra corte essa pure comune come sopra, due cucine, un pollaio, una scala pe’ superiori, con sottoposto altro pollaio, un portico, una cantina, una tinera, il sito del torchio coll’edificio detto a tenaglia con scala come sopra, una porta con andito comune pure come sopra, un altro pollaio con superiore cassinello, un’altra cucina, picciol orto, e due altre stalle per bovini: esteriormente trovasi pozzo comune con tutti gli altri abitanti di questa Cassina
Al primo piano vi sono 8 stanze con soffitto, tre a tetto e tre cassine pure a tetto; ed al piano secondo una stanza a tetto, e sei suolari morti. Alla descritta casa compresi gli orti ed unitamente parti comuni e da quelle proprie del cittadino Galbiati attigue e facenti come un sol corpo con la medesima, fanno coerenza a levante strada comunale alla Santa, a mezzogiorno in parte accesso comunale ed in parte accesso della casa Scotti, a ponente e tramontana beni di questa ragione. Le scorte annesse a questi beni, risultano dalla consegna sopracitata dell’agrimensore Vismara, 14 gennaio 1802 consistono in alcuni attrezzi di cantina e botti stati stimati in tutto del valore di lire 1410 e soldi 5″

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